La felicità sta in un altro posto

La felicità sta in un altro posto

E allora, dove sta la felicità? In quale luogo la troviamo o la ritroviamo? In qualche posto visibile, rintracciabile, o piuttosto in quei luoghi dell’anima che sono intessuti della nostra stessa memoria, emotività, sensibilità, razionalità, vita? Il romanzo di Sara Loffredi La felicità sta in un altro posto, edito da Rizzoli, è un lungo viaggio alla ricerca di una risposta. La felicità esiste? E se esiste, dov’è? Se lo domanda Caterina, una piccola orfana che vive in un convento vicino Reggio Calabria assieme alle amiche Giovanna e Cristina, alla tanto amata suor Antonia, alla temuta madre superiora, a suor Carmela e alle altre bambine e consorelle.

Una risposta che si allontana, sfuggente, e che sembra eludere la domanda sull’esistenza della felicità attraverso un procrastinare, rimandare, rinviare ad altre occorrenze di spazio, tempo. Attraverso il rincorrersi delle vicende che Caterina si ritrova a vivere, vicende che sfociano in una vita diversa, nuova, inattesa, che la portano ad avere un nome nuovo e una identità tutta da ricostruire, risollevandosi dalle macerie di un terremoto – quello di Reggio Calabria e Messina del 28 dicembre 1908 – che ha sconquassato, assieme alla terra, la sua stessa esistenza.

Da quel momento, quelli che erano stati i prodomi delle sfaccettature di una personalità in embrione vengono totalmente sconvolti dall’evolversi degli avvenimenti. Una cicatrice è il segno della vita nuova, lo sfregio del corpo che diviene sfregio di un’anima che arriva fino al punto più basso della propria esistenza prima di risollevarsi. In questo tempo nuovo cambia lo scenario: siamo in una Napoli ritratta tra ombre e sprazzi di luce, tra rumori e odori, che fa da sfondo all’iniziazione all’età adulta tra mille contraddizioni. La felicità c’è, esiste, eppure non è qui. È in un luogo tutto nuovo che Mimì saprà raggiungere. Come? Una traccia l’autrice ce la dà all’inizio di questo bel romanzo, affidandosi alle parole di Sándor Márai ne Le braci: «Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l’intera esistenza. Non ha importanza quello che si dice nel frattempo, in quali termini e con quali argomenti ci si difende. Alla fine, alla fine di tutto, è con i fatti della propria vita che si risponde agli interrogativi che il mondo ci rivolge con tanta insistenza».

Sono nata nell'anno dei Mondiali in Spagna, evento che avrebbe segnato per sempre la mia vita, donandomi un'insana e poco femminile passione per il calcio. E per lo sport. Ho iniziato a leggere all'età di sei anni, come accadeva una volta a tutti i bambini nati prima dell'era della virtualità, maturando da subito un'avversione per le letture a comando negli anni di scuola. Il libro è un'esperienza, non un oggetto, e ha bisogno dei suoi tempi: come un corteggiamento o un amore a prima vista, l'attrazione accade quando meno te l'aspetti e mai per imposizione! Vivo di parole scritte e lette, di pensieri nebulosi e sogni che camminano ancorati a terra. Ho imparato a dire le parolacce, mi piace cucinare, adoro mangiare. La musica, come i libri, sono l'ossigeno della mia quotidianità. Amo condividere, tra silenzi necessari e parole che si rincorrono. Elemento di disordine e pazzia nella mia vita: tanti capelli ricci. Quando vedo un film che mi piace, mi capita la stessa cosa che provo quando arrivo alla fine di un buon libro: rallento gli attimi finali e vorrei non finisse mai. Per vivere puntualmente la sensazione di abbandono e malinconia.

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