Come odiare una vegana

Socrate sosteneva che bisogna mangiare per vivere e non vivere per mangiare. E su questo, sono completamente d’accordo. Se incontri un vegano però, prima ti fa passare la voglia di mangiare e poi quella di vivere. O almeno, questo mi verrebbe da pensare se il vegano in questione fosse Claudia.

Claudia chi? La moglie di Fausto Brizzi, il regista di Notte prima degli esami (solo per citare il titolo di uno dei suoi film) che da alcuni giorni è in libreria con Ho sposato una vegana. Una storia vera, purtroppo, edito da Einaudi.

Sappiate che quel purtroppo ci sta tutto. Questo libro, un fast book che si legge in un’ora, non è solo il racconto di una storia d’amore, ma la rappresentazione della discesa di Brizzi verso l'”Inferno vengano“. Anziché incontrare simpatici lussuriosi, golosi, avari e prodighi però, il nostro povero Faust (nomen omen?) si ritrova a vendere la propria anima e ricevere in cambio disgustose bevande, pappette immangiabili, rimedi naturali che ti fanno desiderare la morte, o che trasformano gli effetti di una pronta guarigione in un motivo di inadeguatezza sociale.

Mentre leggevo, ad ogni pagina, non ho potuto fare a meno di pensare: “Che gran rompicoglioni!” Brizzi, invece, non solo ne è perdutamente innamorato, ma ha deciso anche di sposarla, nonostante Claudia gli abbia fatto brucare l’erba in un vaso o lo abbia quasi reso calvo. Non so a voi, ma a me è capitato di essere lasciata per molto meno.

Il divertente racconto di Brizzi tratteggia l’immagine di una donna autoritaria, intelligente, ironica, ma incline ad imporre al prossimo il proprio, a tratti allucinante, stile di vita.

Io detesto Claudia, e un po’ la invidio.

Questo libro è una romantica dichiarazione d’amore e, nella sua semplicità, dell’amore racchiude il senso. È facile incontrare qualcuno e lasciarsi affascinare dai suoi pregi, molto più difficile accettarne i difetti. Eppure, forse puoi affermare di amare davvero una persona solo quando non riesci più a fare a meno di ciò che te la rende detestabile.

L’immagine della mia fidanzata che bruca a gattoni sul mio terrazzo è un po’ il simbolo della nostra diversità. Non avevo mai immaginato che un umano potesse brucare. Il mattino seguente mi lasciai convincere a brucare anche io. Diedi un bello strattone all’erba con i denti, come avevo visto fare mille volte alle mucche e scoprii che non era così facile estirparla. Certo non sapeva di lattuga o songino, piuttosto direi che sapeva di erba tagliata, cioè l’aspetto corrispondeva esattamente al sapore. In una parola era immangiabile. Fu la prima e ultima volta che brucai. Ma non fu l’ultima volta che per colpa o merito di Claudia, feci qualcosa che ha poco a che fare con la razza umana“.

 

 

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

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