Sfida all’OK Dakar

Dopo Gobbi come i Pirenei, Otello Marcacci firma per i tipi di NEO. Edizioni il ritorno di Eugenio Bollini con il romanzo Sfida all’OK Dakar.

Noi di Alcolibri Anonimi vi regaliamo un breve estratto, augurandovi buona lettura!

Si fa presto a dire che è colpa dello stress.
Passi una vita a credere che siano le tensioni di ogni giorno, che ti arriva un’ulcera gastrica. A quel punto, prostrato e sofferente, miri a diventare un maestro zen fondando una dottrina basata su tre semplici regole: allenare la capacità di esaminare se stessi mantenendosi a una certa distanza emotiva; stabilire rapporti intimi e soddisfacenti con altre persone creando ordine e bellezza dove caos e disordine la fanno da padroni; predisporsi all’allegria per allontanarsi dal punto focale della tensione.
Succede, però, che una mattina ti svegli e prendi coscienza che, nonostante tutti i tuoi sforzi, quel maledetto dolore è ancora là, incorruttibile e immutabile come un cielo dantesco. E così ti trascini in bagno, ti guardi allo specchio e quello che vedi ti dice in maniera chiara che forse è arrivato il momento di mettere Siddharta nel cassetto e recarti in ospedale per sottoporti ad analisi più approfondite.
Telefoni, prendi appuntamento, paghi il ticket, aspetti il tuo turno e vai definitivamente in crisi allorché, terminato lo scrupoloso check-up, arriva un fesso vestito di bianco che ti dice “Helicobacter pylori”.
Quando il dottor Sperandio mi sbatté in faccia quelle due parole, credetti m’avesse insultato in latino ed ero già pronto a esercitare il sacro diritto alla rappresaglia sul suo cognome del cazzo che lo faceva sembrare molto più missionario che agente di scienza. Vedendo come avevo reagito alla notizia e conoscendo la mia incapacità di resistere alle battute facili, mi venne subito in aiuto. I mistici, si sa, hanno un irrefrenabile impulso messianico verso le anime in pena e amano blandirle per poterle ungere.
«Caro Bollini, troppa gente crede sia lo stress a provocare l’ulcera, ma non è così. È solo una malattia infettiva».
«No perché, io pensavo…»
«Stia tranquillo. Il suo stomaco è pieno di batteri che con i giusti antibiotici noi sconfiggeremo».
«E quell’elicottero, come l’ha chiamato lei?»
«Dopo la carie, l’Helicobacter è la forma di infezione più frequente al mondo. Ancora non ne conosciamo la vera causa, però sappiamo la cura».
«In realtà ho letto su un libro di yoga che un cattivo funzionamento del Terzo chakra…»
«Di che?»
«È difficile da spiegare, dottore. Ogni chakra è associato a una serie di organi vitali e di esperienze che caratterizzano la nostra vita e…»
Non mi fece finire.
«Bollini, lei è una persona intelligente, smetta di leggere quelle stupidaggini. Prenda le medicine che le ho prescritto e vedrà che starà meglio».
Decisi di abbozzare e di starmene zitto. Almeno non aveva usato il vecchio refrain di inizio secoo secondo cui di fronte alle difficoltà bisogna “resistere, resistere, resistere”.
Da alcuni anni la crisi che imperversava aveva messo tutti in ginocchio e anche noi stavamo perdendo quella serenità economica conquistata negli ultimi tempi. I turisti che passavano le vacanze nel nostro casolare erano sempre di meno e la Country House, che avevamo messo in piedi con grandi sacrifici, stava producendo soltanto perdite con inevitabili ricadute sul ménage familiare. Isabella era sempre tesa come una corda di violino e, se la sfioravi, partiva Vivaldi e nemmeno tutte e quattro le stagioni, ma solo quella più incazzosa. Negli anni insieme aveva imparato a diventare mamma e imprenditrice iperattiva, dimenticandosi, però, di essere anche una moglie. Era sempre impegnata a fare mille cose ed io, nel suo elenco, parevo non figurare.
Figlia: c’è.
Casa: c’è.
Lavoro: c’è.
Soldi: sempre meno.
Bollini: non pervenuto.
Magari il nostro amore non era ancora da rottamare, ma di sicuro era piuttosto ammaccato.
All’inizio tutto funzionava alla perfezione. In fondo Isabella non mi aveva solo amato e desiderato, aveva fatto molto più: mi aveva scelto. Aveva illuminato la mia vita, come Prometeo quella dell’umanità. Si era presa la briga di scendere dall’Olimpo con il fuoco della ragione, che mi era stata sottratta dalla mia ex moglie, e mi aveva detto semplicemente «È tua. Usala».
L’apice di tanta bellezza era stata la nascita di nostra figlia che mi aveva concesso di chiamare Viola, in onore della mia passione per la Fiorentina.
Le corde del nostro amore vibravano su toni alti, ma il tempo le aveva abbassate di almeno quattro ottave. Nella vita reale tutto ciò che sale, prima o poi scende, perché la forza di gravità non fa sconti a nessuno. Credevo che avremmo vissuto felici per sempre, lei come leader e io come gregario. In fondo sono così, vivo bene sbiadito e fuori campo sullo sfondo delle fotografie. Isabella, invece, è una che viene sempre a fuoco.
Certo, lei sosteneva di amarmi ancora, ma andavo sempre più convincendomi che quell’esistenza cominciava a starle stretta. La quotidianità aveva appiattito il nostro rapporto lungo una linea di confortante abitudine, e l’assenza di slanci e pulsioni ci aveva lentamente devitalizzato. E così siamo finiti a vivere una vita ordinaria, senza trasporto, neppure distaccata, ma accumulando una lunga serie di piccoli rancori. Fino a quando la tristezza ci ha sorpresi nello stesso modo in cui la sera di Natale, scartando il regalo della persona che ami, trovi un maglione. Di pura lana vergine. E dentro di te pensi: mavaffanculo!
Tanto per non farmi mancare nulla, avevo anche cominciato a svegliarmi alle tre di notte in punto. Sbarravo gli occhi e mi sentivo paralizzato, prigioniero dentro il mio corpo da ex ciclista in sovrappeso. All’inizio non c’avevo fatto caso, ma poiché non accennava a passare, e convivendo durante il giorno con un forte senso di ansia, Isabella mi aveva costretto ad andare da un neurologo suggeritole da quella cerebrolesa della sorella. Il professorone, avendo l’agenda piena, mi aveva dirottato su un suo collega psicologo, tal dottor Benenati, che seguiva teorie moderne e avveniristiche.
Alto e inespressivo, era privo di forme al punto che se avessi dovuto definirlo con una sola parola, avrei detto “totem indiano”. Che poi sono due. Ma lui era così: sapeva confondere tutto, anche la mia capacità di descriverlo.
Al nostro primo incontro, dopo essersi impegnato in stucchevoli salamelecchi, mi obbligò a raccontare cose insignificanti della mia vita. Poiché ho sempre odiato la psicanalisi, sabotai la seduta formulando con foga ragionamenti astrusi, parlando del niente montato con panna. Alla fine, il luminare sentenziò «Eugenio, è il suo inconscio che le parla. Vuole dirle qualcosa di importante».
«Ah ecco».
«Si sveglia sempre alle tre perché è chiaro che è allora che finisce una fase importante del sonno».
«Perbacco, non ci sarei mai arrivato da solo».
«Deve riuscire a ricordare quello che stava sognando. Capirebbe molto di sé».
Unì i polpastrelli puntandoli verso di me e aggiunse: «Tenga sempre un block notes e una penna sul comodino e appena si sveglia, scriva subito quello che ricorda».
«’Sto cazzo dottore, io quando mi sveglio sono paralizzato, non riesco a muovere un dito. L’unica cosa che mi riesce di fare è sperare che quella tortura finisca il prima possibile».
Senza aggiungere altro, mi alzai, gli strinsi la mano e me ne andai.
Questo mio atteggiamento, che definì aggressivo e poco propositivo, lo portò a diagnosticare una depressione latente e a informare, non so come, mia moglie della cosa.
Consigliava una lunga e costosa serie di incontri vis-à-vis presso il suo studio che io, ovviamente, rifiutai in modo categorico. Isabella, però, cominciò ad accusarmi di essere un egoista dell’emotività, con tutto il corollario di recriminazioni annesse. Il suo martellamento fu metodico e asfissiante, tanto da farmi accettare la proposta alternativa: partecipare a una terapia di gruppo sperimentale condotta, manco a dirlo, dallo stesso Benenati. Una specie di Anonima Alcolisti formata da persone che presentavano sintomi, a quanto pare, assimilabili ai miei: nulla di preoccupante, se non un’alterazione nel modo di percepire e raffigurare se stessi e il mondo esterno.
In parole povere, un’allegra cricca di nevrotici.
Le sedute si svolgevano in una grande stanza ex uso ufficio che la ASL di Lucca aveva concesso, in comodato d’uso, a quel maneggione dello psicologo.
Ognuno portava la parte folle di sé, lasciando fuori ruoli sociali e vita privata. Per garantire l’anonimato avevamo scelto dei nom de plume… degli pseudonimi insomma, perché di base ci vergognavamo alquanto. La nostra nuova identità era certificata da una targhetta sul petto. Quel metodo mi piaceva.
E quando mi presentai, fresco di battesimo, col mio nuovo nome da battaglia, provai un brivido nel sentire immediata, forte e all’unisono, la risposta di un coro:
«CIAO AQUAFRESH

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

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