Romanacci tua!

Il Pigneto è uno storico quartiere romano, e le sue strade e i personaggi che lo popolano fanno da cornice ai racconti di Stefano Vigilante. Qui di seguito vi proponiamo “I calzoni alla zuava”, uno dei brani del suo ultimo libro Romanacci tua! edito da Round Midnight Edizioni.

Eccomi qua. a sette anni, forse nove o undici non so, sei così. come dire. Giovane.
Il carattere ti viene da dentro, ognuno è già pronto da dentro, ma da fuori tutti si danno un gran da fare per istruirti, per formarti, per crearti a loro immagine e somiglianza.
Mio padre voleva che andassi a nuoto perché dovevo diventare come mark Spitz ilb“Big Gym” campione olimpionico americano ma poi parlando parlando si sarebbe accontentato anche di cagnotto il tuffatore de noaltri.
Mio nonno voleva che diventassi democristiano.
Mia nonna voleva che diventassi qualsiasi altra cosa.
Non andava bene niente. c’era sempre un cugino che era qualcosa di meglio che non ero io.
Mia madre invece era preoccupata che fossi pulito, che fossi in ordine.
Il naso soffiato. i capelli abbassati. Le scarpe lucide. E soprattutto che portassi con eleganza e signorile disinvoltura i vestiti che lei mi cuciva.
Fortuna che c’era mio fratello. Per lui ero un supereroe. nembo Kid. E per assurdo era l’unico che mi faceva sentire normale.
«Vieni qui, a mamma».
«Che?».
«Mamma ti vuole misurare i pantaloni che ha cucito per te».
«Ma so’ corti?».
«Non sono corti. Sono alla zuava».
«Ma co’ sti pantaloni me prendono in giro.
«Tu non te ne importare se ti prendono in giro. Lo fanno perché so’ invidiosi».
«A ma’, ma sembro uno zampognaro!».
«Secondo te mamma ti fa vestire ridicolo?? rispondi? Secondo te mamma ti fa mettere una cosa fuori moda? Lo sai quanto tempo c’è voluto per cucirli così?».
«No».
«Sai chi li porta i pantaloni così uguali uguali ai tuoi?».
«Nooo».
«I principi d’inghilterra. non lo sapevi vero?».
«No».
«Girate. tira su la schiena che sembri un barbone. alza sta testa. mamma stasera fa
tardi per finirli e domani li puoi mettere per andare a scuola».
«Sei contento?».
Così passavo la notte insonne al pensiero del mattino successivo mentre mia madre correva chilometri di filo sui miei calzoni alla zuava con la sua necchi a pedali. Il rocchetto del filo girava vertiginosamente, e insieme a lui i miei pensieri.
La mattina successiva dopo la colazione io e mio fratello alessandro uscimmo di casa per andare a scuola entrambi con i pantaloni alla zuava.
«Aho?! ma che te sei messo?».
«A Giampiè non rompe».
«Ma perché ve sete vestiti così?».
«L’ha fatti mi’ madre».
«E non ce l’aveva la stoffa per farli tutti».
«So’ alla zuava. te non capisci niente. ce l’hanno pure i principi in inghilterra».
«E voi sete principi?».
«No!».
«E allora perché ve sete messi sti pantaloni?».
I calzoni alla zuava erano corredati da calzettoni bianchi alti al polpaccio. Con scarpa nera lucidata a nuovo.
«A regazzì ma che è carnevale?» (il bidello zoppo all’entrata della scuola).
«Anvedi che pantaloni. Ve ce mancano i ponpon e sembrate due tirolesi».
«Non so’ tirolesi ’sti pantaloni. So’ inglesi».
«Ah sorri, che eleganza! ma tua madre vi ha visto? o ve li sete messi de nascosto?».
«Li ha fatti lei».
«Ah. Li ha fatti proprio la regina in persona. ammazzateó!».
«L’ultima volta che ho visto un’eleganza del genere era ai funerali del Papa».
In classe tutti biascicavano tra di loro e come potevano si giravano a guardare le mie gambe sotto il banco per intravedere e capire cosa indossassi. così tanto che, quando la maestra chiese cosa stava succedendo, dal primo banco qualcuno disse:
«A maestra, ma perché Stefano s’è vestito così?».
«Così come?».
Io in piedi tentando di evitare il peggio: «Li ha fatti mia madre. Sono i pantaloni che hanno i principi in inghilterra».
«Vieni qui, fatti vedere». Disse la maestra.
Così come in una sfilata di beneficenza camminavo lento e regale tra i banchi della classe, tra le bocche spalancate e lo sguardo esterrefatto dei miei compagni. Fino alla cattedra dove mi fermai con lo sguardo alla oliver twist.
L’intera classe era caduta in un silenzio tombale.
«Allora?».
«Allora cosa?».
«Che hanno detto i tuoi compagni? dillo a mamma».
«Niente. che hanno detto?».
«Niente? Lo vedi che so gelosi? te l’aveva detto mamma. Quelli non sapevano neanche che esistevano dei pantaloni così. mamma ha visto sul giornale le foto dei reali del Belgio. I figli hanno delle giacchettine che appena posso mamma te le fa uguali pure a voi. Sei contento?».
Sì, ero contento.
E allo stesso tempo angosciato.
Contento delle attenzioni di mia madre.
Angosciato pensando a tutte le case reali che esistono al mondo e a tutti i vestiti che mia madre avrebbe fatto per me e che io avrei dovuto indossare al Pigneto.
Ecco. Questo era l’unico problema. che mia madre non si rendeva conto di quale fosse veramente il regno in cui vivevamo.
God Save the Queen.
Dio salvi la regina… e pure mia madre.

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

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