Riscrivi il mio finale, I’m only sleeping

C’è solo un modo per dare ad una storia un’altra possibilità: riscriverne il finale. Ma, riscrivere il finale di una storia significa ripercorrerne i momenti belli e brutti, i sorrisi e le lacrime, i tradimenti e un inaspettato perdono.

Giordano Lorenzini riscrive i finali dei libri, anzi, li riscriveva. Forse perché ne amava profondamente le storie, forse perché sentiva di non aver molto tempo a disposizione, e quando la vita, tuo malgrado, ti mette di fronte alla parola “Fine”, l’unica cosa che puoi fare è raccontare la tua storia e affidare il suo finale all’unica persona che può regalarti un futuro.

La strada del ritorno è sempre più corta il romanzo d’esordio di Valentina Farinaccio (Mondadori) è la storia di un finale. A raccontarlo è Vera, figlia di Giordano e Lia, nipote di Santa e Gesualdo, ma anche di Clelia e del Nonno. E poi ci sono Carlo, Camillo e Rosalba. E Ringo Starr. E Fabrizio. Ma quella con Fabrizio è un’altra storia, un finale a sé, ancora da scrivere. I nomi dei personaggi sono importanti, tenetelo bene a mente.

Vera è l’unica a poter scrivere l’epilogo della storia di Giordano, ma è anche l’unica a non sapere cosa sia realmente accaduto quell’agosto, quando aveva appena cinque anni, la più bella estate della sua vita, sia chiaro, quella in cui suo padre è morto. Lia ha deciso di portarla via dal proprio passato, senza dale alcuna spiegazione. Poi, venticinque anni dopo, quel passato ha bussato alla sua porta sotto forma di un racconto ed ha rimescolato completamente le carte, mettendo ogni cosa in discussione.

Mio padre aveva evidentemente la fantasia navigata di chi avrebbe voluto inventare storie per mestiere. Ha messo del bello in più in ognuno di noi. Ha fatto splendida persino sua madre, pur raccontandola in quel modo spietato. Ha dato a me una storia di quella che ho avuto, affidandomi a mio nonno, per i giorni brutti in cui lui morì. Eppure si è dimenticato di parlarmi di lui e d’immaginare come sarebbe stata, davvero, la nostra vita senza. Non ha scritto che siamo tutti impotenti, davanti all’abbandono, e che ci prepariamo e crediamo di essere forti, ma poi crolliamo, sconvolti da un posto a tavola vuoto, da un cuscino che perde l’odore, dalla gelateria più buona della città in cui mai più si avrà il coraggio di entrare, da soli.

Tra oroscopi improbabili e canzoni evocative, Vera (o forse Valentina) inciampa tra gli ostacoli emotivi del più doloroso degli addii. E si rialza, a fatica, nonostante le ginocchia sbucciate, il fiato corto, la consapevolezza che un dolore non cancella l’altro e che per andare avanti bisogna imparare a non guardare indietro.

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*