Grande Nudo, il libro più oscuro di Gianni Tetti

Dopo Mette pioggia, Gianni Tetti torna in libreria con Grande Nudo, NEO. edizioni, l’ultimo capitolo della “Trilogia del Vento”, un romanzo corale, esploso, torrenziale, i cui protagonisti mostrano il cuore feroce di un’umanità alla deriva.

Il destino dell’uomo è segnato. Anche la terra sembra saperlo. Si apre, poi mastica e inghiotte, affamata. Tempi di guerra, di carestie e vendetta. Non c’è scampo agli attentati che si susseguono in città né rimedio ai fondamentalismi verso i diversi, non c’è salvezza dalle nubi tossiche né speranza nella misericordia umana. C’è solo una possibilità. È scritta nel vento. E porta un nome: Maria.

Di seguito vi proponiamo un breve estratto…

Esce anche lei. È notte. Una notte calda e stellata, battuta dallo scirocco. Pochi lampioni ancora in piedi. Le luci dei lampioni sono accese. Illuminano solo macerie. Lei sbuca da quelle macerie. Il ronzio martellante è sparito. Si stupisce del silenzio. I vestiti le si appiccicano addosso. Rabbrividisce. La piccola piange. Come deve essere.

Spaesata. Gira su se stessa e guarda ciò che rimane del mondo che conosceva. Attraversa una strada vuota e quasi sepolta dalla polvere. In fondo, saranno cinquecento metri, c’è un palazzo rimasto in piedi. L’unico in tutta la via. L’unico per chilometri. Lo fissa. Finestre sfondate. In alto, quasi sul soffitto, c’è un’unica finestra che ha ancora il vetro. La si nota appena, coperta da un rampicante. Si nota appena quel lumino. Giusto un filo di luce. Si notano due occhi piccoli che incrociano i suoi e spariscono con la velocità di un’illusione.

Ci si attacca a tutto, quando nulla ti dà un appiglio. Allora corre verso quella finestrella buia. Le è sembrato di vedere spuntare anche una mano. Qualcuno che sistemava il rampicante per coprire meglio la finestra. E quei due occhi. E quella piccola luce. In fondo alla strada. Lontano. Troppo. Non si possono vedere due occhi nel buio da quella distanza. Troppo, una lucetta morente da quella distanza è impossibile da individuare. Ma la mano, almeno la mano. Quella era vera. Almeno quella.

Corre. L’ingresso del palazzo è ancora lontano. Il portone d’ingresso è sfondato.

Corre. Ha passato anni chiusa in una cella a respirare l’aria delle carogne. Ora respira davvero. L’aria è così tanta, il vento è tanto forte, che quel respiro fa male. Sente nei polmoni il peso di quel vento. Poi sente l’ululato. Un suono roco. Raggelante. Si ferma. Mai fermarsi. Sente il ringhio dei cani, come il ronzio di uno sciame. L’istinto non le permette di fare diversamente, si volta. Sono dietro. Abbastanza distanti. Altri cani. A decine.

Corre. La bambina stretta al petto. Il portone del palazzo sempre più vicino. Le pareti sono crollate. Mostrano gli interni, come una radiografia. Alcune stanze, le scale, come le ossa di uno scheletro. Mobili, tappeti, fogli che volano al vento.

Corre. Il cuore in gola. L’ululato che continua. I cani. Si volta. Alcuni sono rimasti fermi. Altri le vanno dietro. E quasi l’hanno raggiunta. Correva da bambina in mezzo alle strade sporche di quella città affollata. A vederla adesso, vuota, falciata, non si direbbe ma c’erano strade e piazze piene di gente. Lei, da ragazza, correva per quelle strade. Suonavano i campanelli, lei e Gianfranco, l’amore. Il suo amore da quando erano ragazzini. Quindici anni. Un amore per cui dare tutto. Erano uguali. Erano belli. Capirsi al volo. Soffrire insieme. Toccarsi al buio. Suonavano i campanelli, facevano trillare i citofoni, poi scappavano, giravano l’angolo, si baciavano ancora col fiatone, ridendo per gli insulti delle loro vittime.  
Il palazzo è a un passo. Dei cani si sente l’affanno e la voglia, come una calamita che ti rallenta.

Entra nel palazzo. L’androne è vuoto. Un po’ di luce entra dai buchi nel muro. Le scale. Sale. Il respiro pesante. Le gambe molli. I suoi passi nell’oscurità. Incerti, rumorosi. I piccoli passi dei cani. Risuonano. Il fiatone, i loro respiri. I lamenti. Suoi e dei cani. Le bestie digrignano i denti. Impazienti. Le scale, il rumore, l’odore.

Non è lei che sale le scale. Sono tutti. Tutti gli uomini e le donne. Milioni di anni di evoluzione. Che salgono quelle scale, fino all’ultima rampa, arrivano alla porta che ormai si sentono i cani ringhiare dietro, salgono ancora fino a che gli occhi dei cani non si gonfiano di sangue e le mascelle si aprono, fino a che i denti non affondano nelle caviglie. Le caviglie di lei. Che tira pugni sul portone sbarrato all’ultimo piano del solo palazzo rimasto in piedi. Lei che stringe la sua bambina al petto e sopporta il dolore. Colpisce il portone e chiede aiuto. Assalita dalle bestie. Batte ma non apre nessuno, urla ma nessuno risponde, fa tremare il portone con i suoi colpi ma non si muove niente. Fino a che il cane non le addenta la gamba e la costringe in ginocchio. Stringe più forte Eleonora. La consola, piccola, piccola mia. Ti amo piccola, ti voglio bene, tutto andrà bene. La consola mentre il cane mastica la sua coscia. La consola e le canta una ninna nanna.

Ninna nanna pizzinna, ohi ninna nanna, ti leo in coa e canto a duru duru, drommi pizzinna drommidi seguru, ca su cane ligadu ap’in sa janna.
 
E il cane le addenta la schiena. Lei, madre, non si lamenta, non vuole spaventare Eleonora, la accarezza, fa scudo col suo corpo. La voce solo un po’ più debole, la testa che trema. Piccola, piccola mia, non ti preoccupare, qui c’è mamma, quando c’è mamma nessuno può farti male.

Babbu tou de pena nd’est prenu cant’est prenu s’orriu de trigu ma tue drommi pizzinna in logu aprigu, cun cara tunda e animu serenu.

I cani le strappano la carne dalla schiena e cercano il collo. Lei sussurra, Eleonora non piange più. E dei cani non importa a nessuno, di certo non a tutti quei millenni di evoluzione che cantano la ninna nanna. Quei millenni che aprono la porta. Un bambino, scalzo, in mutande, in piedi di fronte a lei. Lei nuda, in ginocchio, lei che emana un fetore impressionante. I cani dietro la vogliono trascinare giù per le scale. Le addentano la schiena e tirano. Lei neppure si accorge dei cani che tirano. Ferma, inamovibile. Allunga le braccia. Braccia tremanti. Stretta tra le mani tiene sua figlia. Il bambino si allunga. Prende la pupa. È goffo. Si chiama Eleonora, dice lei. Il bambino stringe la piccola. Guarda la donna lasciarsi cadere all’indietro, risucchiata dai cani. La vede sparire tra i corpi delle bestie. Che la coprono. Che la divorano. Divorano e rotolano giù. Nella confusione, nell’eccitazione. Rotolano giù e risalgono per poi ricadere ancora. Nell’estasi del sangue. Arriva una donna dietro al bambino. Il tatuaggio sul seno, la minigonna, i capelli lunghi, unti, le labbra gonfie. Non guarda neppure i cani sulle scale. Prende per il braccio il bambino, lo tira dentro e sbarra nuovamente la porta.
Bravo coglione, hai capito cos’hai fatto? Adesso quei bastardi ci hanno sgamato. Ci hanno sgamato e prima o poi tornano a prenderci.
E se tornano gli diamo il tanto, dice il bambino.
Stupido, molla la mocciosa. Ce la mangiamo a cena.

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*