La letteratura surreale di Alessandro Sesto

La letteratura può essere surreale, dissacrante, arbitraria. A dimostrarlo è Alessandro Sesto, irriducibile amante dei Classici, che nel suo Moby Dick e altri racconti brevi, Gorilla Sapiens Edizioni, dà vita ad un personaggio che prova a “vivere secondo Letteratura”, cacciandosi suo malgrado in situazioni surreali ed esilaranti.

Può la letteratura influenzare la routine quotidiana? Cos’hanno in comune le vite di un impiegato e di un poeta maledetto? Perché non bisogna mai dire Adios, Scheherazade? Qual è il vero significato della manzoniana espressione vile meccanico? Come mai Leopardi rimpiangeva la vita prima di Facebook, pur vivendo prima di Facebook?

La risposta è nel libro, forse.

Guerra e pace

Io capisco che è molto seccante quando impieghi i tuoi migliori sforzi per esprimere qualcosa e il tuo pubblico ap­punta l’attenzione su tutt’altro, ma in certi casi è inevitabile. Per esempio Tolstoj ha scritto quelle mille pagine di Guerra e pace per chiarire, superando ogni possibile eccezione, che era il Fato e non Napoleone a guidare gli eventi storici. Siamo solo strumenti di una volontà superiore, quella cosa lì. Però, tra le tantissime vicende narrate funzionali a que­sta tesi, racconta di una ragazza con una leggera peluria sul labbro che descrive come molto carina. Ora, la tipa l’ha inventata lui. Intendo, non è che doveva giustificare una peluria esistente: è l’autore del libro, il baffo se l’è cercato e voluto lui. E poi quando Sonja per vestirsi da ussaro alla festa in maschera si disegna baffi e sopracciglia col tappo di sughero, tutti rimangono incantati. I baffi e le sopracciglia le donavano straordinariamente, osserva il grande scrittore. Sono cose che colpiscono. Non è che uno poi può scegliere ciò che gli rimane impresso, è un fenomeno involontario. Potremmo dire che anche in questo caso è il Fato a deci­dere. Insomma, ora nella mia memoria è annotato a carat­teri cubitali: GUERRA E PACE = A LEV NIKOLAEVIČ TOLSTOJ PIACEVANO LE RAGAZZE BAFFUTE, e piccolissimo sotto: ERA IL FATO QUELLO CHE CONTAVA, NON NAPOLEONE. E mi di­spiace.

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

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