Alla scoperta della Grecia classica “armati” di vocabolario

Che gli antichi greci –o almeno i più colti tra loro- avessero molto tempo libero è un sospetto che si fa strada con forza leggendo Rocci’s greatest hits –Società Editrice Dante Alighieri, 7 euro-, un agile volumetto scritto da Enrico Beccari. Per i classicisti –intesi come “reduci” da cinque anni di Liceo Classico- il titolo non ha bisogno di ulteriori spiegazioni. Per il “resto del mondo” è opportuno spendere qualche parola: il Rocci è il vocabolario di greco classico per eccellenza e costituisce, a sua volta, un vero e proprio unicum per lo stile peculiare con cui è stato realizzato. Più che un vocabolario un compendio –si fa per dire, considerate le sue generose dimensioni: 2074 pagine!- della cultura classica, realizzato attraverso i termini da essa usata per esprimere non solo i suoi più alti concetti filosofici, ma anche e soprattutto una quotidianità fatta di abitudini ed usi che al lettore moderno appaiono assolutamente incredibili.

Ed ecco riaffacciarsi l’idea della grande disponibilità di tempo libero degli antichi, o forse più semplicemente della voglia di rompere il tedio di lunghe e fredde serate invernali trascorse a bere vino con gli amici. Discutendo di politica e filosofia, certo, ma anche dando libero sfogo alla fantasia per coniare verbi, aggettivi e parole sul cui uso effettivo oggi non possiamo che nutrire forti dubbi. Quante volte, infatti, in una conversazione mediamente normale potrà capitare di usare verbi come άπασβολομάι ovvero “mi riduco in fuliggine” oppure άποσκοτόω, cioè “distruggo il pavimento di …”. E poi, va bene la vita bucolica, ma verbi come βορβορίζω “so di fango, melma”, βατραχίζω “mi distendo come una rana” o  έκζωόομι “mi riempio di vermi” oppure κατάχλοαζομαι “sono coperto di verdure” lasciano più di un dubbio sul comportamento quotidiano dei greci.

Ma è probabilmente con gli aggettivi che descrivono l’aspetto fisico che si raggiunge il massimo della creatività. Si passa così da σκαρδαμυστικός “abituato ad aprire e chiudere molte volte gli occhi” a μιλφός “sofferente di caduta dei peli delle sopracciglia” ( i centri di tricologia erano ancora di là da venire!), senza tralasciare perle come λασιόκωφος “sordo per le orecchie troppo villose”. E davvero viene da chiedersi quale peccato contro gli dei abbia commesso chi può essere definito έρυγόιος, cioè “che vive vomitando”. E se si può comprendere il perché dell’aggettivo callipigia (dalle belle natiche) riferito a Venere, davvero non ci si spiega perché doversi inventare μελάμπυγος, ovvero “dalle nere e villose natiche”. Nessun mistero invece, conoscendo l’orgoglio smisurato dei greci (e degli uomini in generale, visto il tema), per un aggettivo come εοίδης “con gonfio pene”.

Interessante anche il capitolo dedicato alle cattive abitudini, con un significativo άνταποπαιζω “riperdo il guadagnato al giuoco”. Ma è soprattutto sull’educazione che il lettore odierno resta perplesso: si va da un “misterioso” άνταποπέρδω “rispondo con un’emissione di vento” ad un più esplicito βδέω “emetto vento” (addirittura!) per arrivare ad un perfido ύποπέρδομαι “occultamente emetto vento” (per la gioia del vicino). Ci sono verbi, poi, destinati ad esprimere concetti che per i moderni non possono non restare avvolti dal mistero. Due soli esempi: ξαιγερόομαι “degenero in pioppo nero” e κυδονιάω “sono turgido come una cotogna”. Infine una vera chicca: έγκαυπτηρια ovvero “doni a fanciulla brutta perché rimanga velata”. Una comunicazione più diretta, chiara ed efficace di così difficile trovarla anche oggi.

Insomma, la lettura di questo librettino cambierà il modo in cui molti vedono gli antichi greci: sottratti all’immagine solenne (ma piatta) che viene loro conferita dagli splendori della cultura e dell’arte e dalla gloria militare, i contemporanei di Pericle, Leonida, Socrate, Fidia e chi più ne ha più ne metta, riassumono finalmente il loro volto, spesso brutto, di uomini. Con i loro vizi ed le loro imperfezioni.

 

Franz Ferdinand scripsit

P.s. Durante la stesura di questa recensione più volte l’autore ha alzato lo sguardo verso la libreria, cercando di sfuggita il familiare dorso blu, ammaccato e un po’ logoro ma sempre riconoscibile, del corposo tomo del professor Lorenzo Rocci.

Un errore della Storia. Questo è Franz Ferdinand. Nato in riva al mare, ma amante delle solitudini alpine; aristocratico in un mondo disegnato su misura per le incolte plebi; accumulatore (e lettore!) di carta stampata fra miriadi di "lettori" di sms e pdf. Dall'innaturale connubio tra locus (terronico) ed animus (asburgico) nasce il monstrum Franz Ferdinand. "Attendere l'Apocalisse in compagnia di un libro e di una tazza di caffé"

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