Una più del Diavolo

Lorenzo Vargas, finalista al talent di Rai3, Masterpiece, torna in libreria con Una più del Diavolo, la sua ultima fatica letteraria edita da Las Vegas Edizioni.

Il Diavolo è sparito.
Nessuno in cielo o in terra ha la più pallida idea di dove sia e questa è cosa più grave di quanto possa sembrare. Perché il Diavolo è il contrappeso di una bilancia, senza il quale il Buon Dio™ potrebbe trovare eccessiva difficoltà a rimanere Buono ancora a lungo. Così Raziel, l’angelo dei segreti, determinato a risolvere la cosa da solo, dovrà rivolgersi all’unico eroe che l’umanità paia mettere a disposizione: Giovanni Archei, oscuro musicista, mai del tutto cresciuto.

Qui un breve estratto!

Città del Vaticano, Piazza San Pietro

Quella mattina Lucio III aveva avuto un pessimo presentimento. Si era svegliato presto e il rasoio da barba era stato impietoso. La rasatura era sempre stata, per lui, una straordinaria cartina tornasole per le brutte giornate. Una ferita era segnale che non tutto sarebbe andato liscio, due indicavano guai. Considerata la sua faccia quella mattina, l’apocalisse si stava avvicinando.
Si affacciò al balcone dell’Angelus col viso dolorante dall’allume che gli chiudeva le ferite. Si sforzò nonostante ciò di sorridere. I fedeli erano lì per lui, per la parola di Dio, e sarebbe stato blasfemo pronunciare la parola di Dio senza sorriso.
A smentire l’oracolo trilama, il cielo era azzurro e terso e il sole splendeva, felice di essere lì. Il Papa salutò i fedeli, quelli risposero con entusiasmo e l’Angelus ebbe inizio. Lucio III assaporò ogni parola della preghiera, come anni prima faceva col suo amato Lambrusco. Terminato il rito, promise al mare di carne: «Fedeli! Figli miei! Gioite! Dio è con noi…»
Era la sua apertura preferita e la utilizzava ogni volta che poteva.
Come in risposta all’incipit, il cielo tuonò con rabbia e si rabbuiò a un ritmo innaturale, con nubi nere che si addensavano in corrispondenza del centro della piazza. Le nubi si allungarono verso la terra, deformandosi no ad assumere le sembianze di una mano enorme, dalle dita tozze e vecchie. La folla si agitò, qualcuno cominciò a cantare di gioia, Dio era veramente tra loro. Pochi arguti astanti si fecero strada verso l’uscita e nessuno seppe per certo della loro sorte oltre quel punto.
Infine, le nuvole si solidificarono, rivelando sì una mano, ma stranamente pelosa. Una voce rombò come un’esplosione: «Vergogna! Le mie creature che prendono il mio Verbo e lo usano per arrivare al vile potere temporale! L’ipocrisia serpeggia nei vostri cuori! E voi sareste Cristiani? Osservate il vostro Dio, tremate di fronte alla sua ira! Guardatevi! La metà di voi è qui per un qualche tornaconto, gli altri seguono la fede come si segue una popstar! Anzi, peggio! Come un’abitudine! Una volta avrei chiesto se ci fosse stato un uomo retto tra voi e in virtù sua tutti sareste stati salvati, ma sono stanco e deluso. Chi è retto verrà salvato. Per gli altri ci sarà il castigo!»
Un tuono devastante fece saltare in aria gran parte delle macchine da ripresa nel raggio di cinquecento metri, insieme a tutto ciò che era di vetro.
Il Ponte ce era sgomento: dov’era il suo Dio d’amore?
Dov’era il perdono?
La folla, qualche metro sotto versava nel panico più assoluto.
Cercava di scappare, ma le gambe non si muovevano di un solo centimetro. Le grida cominciarono a farsi insopportabili e per la tensione i più deboli svennero, perfettamente in piedi. La grande, pelosa mano di Dio si ritirò nel cielo e al suo posto si dischiuse un varco a mostrare un cielo alieno e terribile, colmo di fiamme e tormento. Il Verbo tuonò: «Basta perdono! Ecco cosa meritate!»
Dallo strano cielo sopra le nuvole discese un enorme globo di amme, che componeva sulla propria super cie quella che sembrava una faccia con un grosso naso. Le urla si fecero ancora più alte e disperate, alcuni genitori cercavano di proteggere i propri gli, il Papa era paralizzato, mentre i primi attacchi di cuore sottraevano prematuramente vittime alla calamità. Il globo di fiamme toccò il suolo.
L’esplosione fu devastante, ma nessuno poté goderne. Il grosso della gente era già morta per il calore qualche metro prima dell’impatto. Come una bolla di sapone che esplode, la sfera perse forma a contatto col suolo, liberando una violenta onda d’urto in tutte le direzioni che mandò in tilt ogni dispositivo elettronico nella capitale. Ai Parioli decine di giovani morirono per via dello smartphone che gli esplose in faccia.
Dal punto dell’impatto s’innalzò una colonna di fuoco che salì no al cielo. Poi fu solo calor bianco e devastazione visibile a chilometri di distanza. Pochi minuti dopo, l’intera città del Vaticano era un immenso cumulo di marmo fuso e solidi cato nelle forme più strane. In quello che poco prima era stato il centro della colonna di fuoco, le temperature incommensurabilmente alte avevano trasformato pietra e presenti in una massa informe di diamante. Al centro di tutta quella devastazione stava un corpo, abraso e bruciacchiato. Non era il solo: pochi altri, qua e là erano stati salvati dalle amme del Dio del massacro e ora, tossendo come tabagisti terminali, tentavano di acquisire la posizione eretta. L’uomo al centro della piazza, sotto due dita di polvere e cenere, era vestito di bianco e aveva un’espressione di incredula confusione, incorniciata da enormi baffi castani.
Papa Lucio III si guardò intorno, con l’impressione di essere in un brutto sogno. Marmo lucido e diamante, che si dipanavano verso il cielo come un nastro con la forma del disappunto. Ciò che un’oretta prima era stata la Città del Vaticano, ora era disseminata di forme subumane che avevano cessato di esistere ognuna per il proprio misterioso motivo.
Il Papa si alzò con fatica e constatò, con non poca sorpresa, di essere vivo.
Dio gli aveva parlato, Dio era davvero con l’umanità! E lui era vivo, questo voleva dire che era un uomo probo, retto e onesto e insieme anche Papa!
A quella notizia, qualche malalingua avrebbe gridato al miracolo.
Poi, improvvisamente, sovvenne a Papa Lucio III un dettaglio che sarebbe stato un peccato trascurare: erano tutti morti. Migliaia di persone erano state appena schiacciate come pulci dal buon Dio, senza un apparente motivo. In più, il centro nevralgico della cristianità era un ricordo, insieme a millenni di storia e un più che opulento patrimonio artistico. Le vie del Signore erano infinite, Lucio III lo sapeva, ma quella gli pareva un po’ esagerata. Scevro da ogni sorta d’ira, il cuore di Giuseppe Fravazzi era solo pregno di stupore, curiosità e dispiacere.
Fu proprio quel mix esplosivo che riportò alla luce, dai meandri del suo spirito, un vecchissimo intercalare della sua passata vita da elettricista di ammante sangue romagnolo.
In un sospiro di sorpresa, il Fravazzi si diede alla catarsi: «Ma porcaccio il…»
Una saetta spessa come un baobab lo frisse sul posto prima che nisse la frase. Mentre il corpo dorato e croccante si abbatteva al suolo in un fragrante aroma di cotoletta, il Verbo tuonò ancora una volta dall’alto: «E io che mi ero pure dato!»

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*