Fai uno squillo quando arrivi

Uno scrittore lo sa, l’incipit e fondamentale, ma poi, come recita una canzone di Niccolò Fabi, “di ogni storia ricordi solo la sua conclusione”, e le conclusioni di solito racchiudono le tristezze, le recriminazioni, la sofferenza. Insomma, sono un concentrato di ciò che possiamo definire la parte cattiva del δαίμων, il demone, che è Eros, il dio Amore, o più semplicemente la personificazione di quel sentimento che scuote la nostra anima, a volte accarezzandola, a volte prendendola a cazzotti.
Ognuno di noi ha il suo δαίμων. Nina ha PDM, che è il suo ex, ma soprattutto è l’unico individuo che riesce a farla sentire come “una ex eroinomane, messa di fronte ad una pera, che fa di tutto per respingerla perché sa benissimo che non smetterà di desiderarla mai”. PDM ha fatto un casino, ha preso il LUV, un potente allucinogeno, ed è convinto di vivere negli anni Novanta. Ha dei “vuoti di vita”, cerca risposte, ma soprattutto cerca disperatamente Nina, scoperchiando il più grande vaso di Pandora di tutti i tempi. Perché, se è vero che è difficile accantonare il passato, ancora più difficile è ritrovarselo di fronte mentre provi a voltare pagina.
Nina è la trentenne che dà voce al romanzo d’esordio di Stella Pulpo, Fai uno squillo quando arrivi, in libreria per i tipi di Rizzoli. Lei, Stella, è anche autrice del blog Memorie di una vagina, e con Nina è riuscita a trasportare tra le pagine di un libro quell’amara ironia che l’ha resa nota ai più, e che è tipica delle donne intelligenti, incapaci di prendersi sul serio, perché consapevoli di quanto sia importante ridere dei propri limiti per imparare ad accettarli, ma soprattutto ad accettarsi.
Goethe ha scritto che “noi siamo i nostri propri demoni, noi ci espelliamo dal nostro paradiso”. Eppure mi chiedo, com’è fatto questo paradiso? Si può definire tale, un luogo in cui siamo stati profondamente felici, ma che poi ci ha serbato tanto dolore?
La risposta non è nel romanzo di Stella Pulpo. In compenso però, ci troverete un po’ della vostra anima, un po’ della sofferenza che vi ha stretto il cuore, un po’ della bellezza che, a torto o a ragione, siamo soliti regalare a chi amiamo, e che al momento opportuno ci consente di ritrovare noi stessi.

Appartenergli e basta, anche se non appartengo a nessuno all’infuori di me stessa, blablabla, io sono sua, proprio sua, pure i miei brufoli, i miei peli superflui, le mie rughe, i miei nei più nascosti, sono suoi. E non si tratta esattamente di “proprietà” nel senso legale del termine, possiamo considerarlo un diritto di prelazione a vita, un legittimo usufrutto eterno dei miei più cocenti abissi, delle mie rotondità e delle mie concavità tutte, della mia pienezza e dei miei vuoti più spaventosi”.

 

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

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