Gli Stonati

Un Manifesto Letterario per la Legalizzazione della Cannabis. Ecco cos’è Gli Stonati, la raccolta di racconti curata da Alessio Romano per i tipi di NEO. Edizioni, che ha visto scendere in campo alcuni dei migliori scrittori italiani a favore della legalizzazione delle droghe leggere in Italia.

Oltre alla partecipazione straordinaria di Gaetano Cappelli, Sandro Veronesi e Marco Vichi, il volume raccoglie i racconti di  Alessandro Berselli, Francesca Bertuzzi, Stefano Bonazzi, Romano De Marco, Federica De Paolis, Barbara Di Gregorio, Marco Drago, Corrado Fortuna, Simone Gambacorta, Yasmin Incretolli, Gianluca Morozzi, Melissa Panarello, Alberto Petrelli, Renzo Paris, Piergiorgio Pulixi, Massimiliano Santarossa, Luca Scarlini, Carlo Vanin, Paolo Zardi. Storie autobiografiche, altre inventate, molte bizzarre e qualcuna spaventosa, ma tutte con l’obbiettivo di alzare quel velo di ipocrisia che nasconde una questione sociale mai affrontata seriamente e un giro di affari miliardario di cui beneficiano diverse organizzazioni criminali.

Elio Vittorini sosteneva che la letteratura è un parametro necessario della civiltà. Leggere Gli Stonati può renderci più “civili”, sensibilizzando la coscienza dei lettori su un tema così dibattuto? Lo abbiamo chiesto ad Alessio Romano che ha risposto così…

Qui di seguito un breve assaggio del racconto di Renzo Paris, Il papavero

Nei primi anni Sessanta, quando abitavo con la mia famiglia a Roma, giravo nei luoghi del vizio. C’era un locale chiamato “Er ciriola”, un barone sul Tevere dalle parti di Castel Sant’Angelo, dove si beveva e si ballava tra comitive di ragazzi e ragazze che spesso si prostituivano. Fu lì che appresi che essiccando le bucce delle banane e fumandole si potevano avere sensazioni nuove. Ricordo che le allungavo sui termosifoni accesi, provocando la curiosità di mia madre che non poteva capire. Non erano tanto le prostitute o gli omosessuali ad attrarci quanto quelle bucce afrodisiache. Un po’ stonati passavamo interi pomeriggi nei cinema e varietà, dinanzi a calze a rete di ballerine grassocce, di comici scrausi, di sedicenti cantanti melodici, rivedendo due o tre volte film western fino alla mezzanotte. Fumai la prima sigaretta d’erba a vent’anni, presso un compagno del Sessantotto. Poi arrivarono le “caccole” afghane, il nero che ci faceva ridere a crepapelle. Facevamo gli svuotini delle sigarette normali e la canna era bella e pronta. L’erba doveva essere fumata insieme ai compagni, altrimenti non ci si divertiva e chi fumava da solo se ne pentiva. Eravamo diventati battutisti, comici, durante quelle sedute. Un volta che ne fumai un paio di seguito di mattina nella mia camera da letto ebbi una visione che mi ricordò quelle del papavero d’oppio. Ero avvolto da un lenzuolo di carne trasparente, che emanava una dolcezza paradisiaca. Quando provai ad alzarmi non ci riuscii subito e mi spaventai. Mi girava la testa e quando arrivò la donna di servizio, una ragazza di borgata, sentendo quell’odore, volle anche lei provare e passammo un mattino in allegria. Quel mio amico mi vendeva la roba. Diceva di prenderla da un altro suo amico, che si riforniva da un napoletano camorrista, il quale la prendeva da siciliani che presto invasero Roma. Era il periodo in cui Pasolini chiedeva alle sue marchette da dove proveniva quel fiume di droga, ottenendo risposte evasive. All’erba presto si aggiunsero l’LSD, e altre droghe chimiche che però la gran pare dei sessantottini si rifiutò di assumere. Volevamo rimanere lucidi davanti ai fascisti armati di bastoni chiodati.

I diritti d’autore di questo volume saranno devoluti all’Associazione “Luca Coscioni” per la campagna di antiproibizionismo “Legalizziamo!“.

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

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