I favolosi anni ‘85. È possibile essere felici?

I favolosi anni '85. Simone Costa. Edizioni Spartaco

Malinconia, ironia. Incomunicabilità, grottesco. Individualismi, clientelismi e memorie mitiche. I favolosi anni ’85 è un pot-pourri emozionale, una composizione, una ricetta di stati d’animo e vicende che l’autore Simone Costa dosa con sapiente equilibrio. Inserito nella collana “Dissensi” per Edizioni Spartaco, I favolosi anni ’85 è il titolo del programma radiofonico che Marco Cocco – uno dei due protagonisti – autore in cerca di editore, crea al culmine di una carriera deludente, caratterizzata più da porte chiuse in faccia che aperte, con una passato di alcolista e un futuro di disilluse speranze.

Irene Castello – la coprotagonista – è una giovane donna in carriera, una planning-woman che, all’apice della sua ascesa professionale, si ritrova a fare i conti con un antico e mai affrontato dilemma di vita che la blocca in una condizione che la rende inaccessibile al resto del mondo.

“Nostalgia” è la parola polisemica che fa da fil rouge alle storie dei due, trasudando emozioni diverse. La carta vincente del passato è la patina che cala come una calza sull’obiettivo che mette a fuoco gli eventi che lo hanno caratterizzato: tutto è evocativo e non concretamente reale, è ovattato e non pungente, e anche il dolore lascia spazio a una stanca malinconia in cui, paradossalmente, ci si può quasi cullare. Marco e Irene sono figli della generazione che “ha fatto” il ’68, eredi di una stagione di rivoluzioni e nuove speranze che, nella realtà delle vite dei suoi discendenti, sembra aver lasciato un vuoto di certezze, una incapacità a stare nel mondo, una difficoltà a riconoscersi parte di un tutto dai contorni sempre più sbiaditi.

“Nonostante fossero nella sua stessa condizione – racconta Marco ricordando gli anni della sua adolescenza –, con i peli del mento a segnalare uno sviluppo, non solo fisico, a volte tardivo, non era uno di loro, non lo sarebbe mai stato. Il malessere che provava da sempre Marco non lo faceva sentire prossimo davvero a nessuno, con quei picchi che a volte lo costringevano a stare a casa per giorni interi, fumando sigarette in vestaglia affacciato a una finestra che dava su un parco spesso deserto”.

Dall’altra parte, Irene vive il suo déjà-vu esistenziale: “Era una sorta di reminiscenza dei tempi che credeva andati, di quando l’ansia nel periodo dell’università l’aveva costretta a domandarsi cosa ci fosse che non andava, trovando ogni volta nuove forme, e nuove ipotetiche malattie, per spingerla a occuparsi di lei. So sottoponeva allora a decine di controlli medici. Specialisti in settori anche molto differenti, ogni volta, dopo ispezioni accurate, arrivavano tutti alla stessa conclusione: nessuna patologia, nulla di cui preoccuparsi seriamente”. 

Marco, Irene e la vita che li circonda sembrano l’immagine iconica delle tre scimmiette: Irene è incapace di ascoltare, Marco è incapace di parlare e di farsi sentire, il mondo circostante è incapace di vederli e, quindi, di percepirli, di riconoscere la loro stessa presenza.

In questo contesto si inseriscono i diversi personaggi caratterizzati da Simone Costa, macchiette o pupazzi, spesso caricature, che girano sulla giostra dei tipi umani lasciando tracce per nulla secondarie sul cammino di Marco e Irene. C’è il direttore della radio, un uomo anonimo definito solo dal suo ruolo, che ricorda il Beamen di Big Fish di burtoniana memoria; ci sono i coautori, l’Arciduca, il Secco, Pigi, la segretaria Marisa, la “moglie del direttore”, i genitori di Irene. E poi c’è lui, Charlie Poccia, l’uomo che dovrebbe “salvare i ricordi”, la voce che parte dalle parole di Marco per arrivare al cuore di Irene, quintessenza della superficialità e del menefreghismo, che senza alcun merito si ritrova a essere moderno deus ex machina dell’intera vicenda.

Ma può, I favolosi anni ’85, essere classificato inno nostalgico di una generazione che ha fallito, il canto delle sirene di un passato ripiegato su se stesso in un presente che sembra tagliare la gambe a ogni futuro possibile?

In alcuni passaggi, tra le righe delle parole di Costa, sembrano quasi urlare i versi di Montale “Spesso il male di vivere ho incontrato”, da quegli Ossi di Seppia che pure fanno riferimento a una “inattesa salvezza”, a un “prodigio” che si può sprigionare da un istante casuale della nostra esistenza.

Marco Cocco vive di occasioni mancate o “scippate”, in un crescendo di frustrazione e disillusione pronte a esplodere in una rabbia tutta nuova. Eppure, sono sue le parole che parlano al cuore dei radioascoltatori, le parole che consentono la momentanea trasformazione di Charlie Poccia in “essere umano”, parole che gli permettono di riconoscere la sofferenza di chi gli passa accanto.

Irene Castello e la sua metamorfosi kafkiana evocano una versione laica e moderna de Il castello interiore di santa Teresa d’Avila. Il suo percorso parla di una vita vissuta fuori dal “castello”, lontana da quelle stanze in cui è custodito il senso autentico della vita, quella verità che è nel cuore stesso degli esseri umani, per vivere come spettatori persi dietro desideri secondari che non fanno mettere radici, attecchire, far germogliare qualcosa di nuovo, di vero. Irene vive lo spaesamento kafkiano e l’assurdità di una situazione che ha una soluzione semplice e apparentemente lontana.

Su tutti, maestosa, si erge “Radio Felicità”, pronta a rinascere come fenice sulle ceneri delle vite che le si immolano, in grado di veicolare quella vita che si racconta nella sua verità per sfondare le barriere dell’incomprensione, dell’insensatezza, il muro sordo dell’incomunicabilità. Ed è questo che succede a Marco e Irene, due binari che vivono le loro vite parallelamente, ignari l’uno del dolore e del sentire dell’altra, ma destinati a intersecarsi in un punto di scambio dei binari, in una tangenza che lascia spazio a qualsiasi possibilità. Non palesata e, proprio per questa, affascinante. È a questo punto che, secondo me, può partire Wake up degli Arcade Fire (nella versione con David Bowie).

Sono nata nell'anno dei Mondiali in Spagna, evento che avrebbe segnato per sempre la mia vita, donandomi un'insana e poco femminile passione per il calcio. E per lo sport. Ho iniziato a leggere all'età di sei anni, come accadeva una volta a tutti i bambini nati prima dell'era della virtualità, maturando da subito un'avversione per le letture a comando negli anni di scuola. Il libro è un'esperienza, non un oggetto, e ha bisogno dei suoi tempi: come un corteggiamento o un amore a prima vista, l'attrazione accade quando meno te l'aspetti e mai per imposizione! Vivo di parole scritte e lette, di pensieri nebulosi e sogni che camminano ancorati a terra. Ho imparato a dire le parolacce, mi piace cucinare, adoro mangiare. La musica, come i libri, sono l'ossigeno della mia quotidianità. Amo condividere, tra silenzi necessari e parole che si rincorrono. Elemento di disordine e pazzia nella mia vita: tanti capelli ricci. Quando vedo un film che mi piace, mi capita la stessa cosa che provo quando arrivo alla fine di un buon libro: rallento gli attimi finali e vorrei non finisse mai. Per vivere puntualmente la sensazione di abbandono e malinconia.

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