La madre di Eva

Ci sono storie che iniziano dalla fine, perché è nel finale che si nasconde l’inizio, quello vero intendo.
Eva ha da poco compiuto diciotto anni e vive in un corpo che non le appartiene.
Lo so, potrebbe sembrare uno spoiler, ma no, non lo è.
Eva lo ha deciso da tempo ormai, non resterà ancora a lungo in quel corpo. Anzi no, il corpo sarà sempre lo stesso, o almeno, lo sarà in parte. Però lei, Eva, non esisterà più.
Mantre scrivo, penso a Giulietta, quella di Shakespeare per intenderci: “Che cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo”.
In Eva, nel suo nome, c’è una storia che ne racchiude molte altre.
Ma non è questo il punto. Perché c’è Eva sì, ma poi c’è sua madre e la sua storia, che è anche la storia di Eva.  A noi la storia di Eva interessa, ma solo in parte.
La madre di Eva è il romanzo d’esordio di Silvia Ferreri, in libreria per i tipi di Neo Edizioni. Un libro sull’amore, ma non un amore qualsiasi, il più profondo che possa esistere, quello di una madre per il proprio figlio.
Così sembrerebbe, ma non ne sono del tutto convinta.
La madre di Eva è un romanzo sull’accettazione del sé, di ciò che è diverso, di ciò che non capiamo o che rifiutiamo di capire. Perché Eva di essere stata tradita dalla natura lo ha compreso quasi subito, ma di questo tradimento è stata vittima anche sua madre e, per quanto si impegni, non è che riesca proprio a farsene una ragione. Del resto, come può una madre accettare che sua figlia decida di mutilare il proprio corpo per trasformarsi in un uomo? E’ complicato, anche se è proprio un uomo ciò che sua figlia ha sempre desiderato essere.
Mettete da parte un paio d’ore del vostro tempo e leggete questo libro tutto d’un fiato. Se vi riesce, così come è capitato a me, leggetelo in viaggio, magari nella carrozza di un treno, e provate ad immaginarvi in quel non luogo dell’attesa che è lo stesso che accompagna il racconto della madre di Eva, le sue paure, il suo dolore, ma soprattutto la consapevolezza di una trasformazione che profuma di ignoto, e che sembra riservare nuove sofferenze, semplicemente sotto altra forma.
Mentre leggete poi, provate ad immaginare cosa si prova a vivere ogni giorno in un corpo che si percepisce come estraneo. Provate ad immaginare a cosa si prova ad essere Eva. Perché in fondo, forse, siamo tutti un po’ Eva.
Lo siamo quando ci specchiamo nelle vetrine in strada per assicurarci che il nostro aspetto sia impeccabile. Siamo Eva quando andiamo in palestra per modellare il nostro corpo, o se, dopo qualche tentennamento, decidiamo di andare dal chirurgo per eliminare quel difetto che non ci toglie il sonno, alimentando in noi un insopportabile disagio.
Se guardandoci allo specchio ci sentiamo traditi dalla natura, ma allo stesso tempo ci convinciamo che cedere alle lusinghe del bisturi non sia una mortificazione del corpo, ma solo un mezzo per esaltarne la bellezza, allora mi chiedo: perché è così doloroso essere la madre di Eva? Cosa c’è di così assurdo nel desiderio di trasformarsi, se l’intento è quello di riuscire finalmente a riconoscersi?
In fondo Giulietta ha ragione… un nome non è l’espressione di ciò che siamo, ma solo un modo per presentarci al mondo.

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin.
Ecco il mio haiku:
sono seduta/
invoco lo scapezzo/
mannaggia mondo

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