D’amore e baccalà

Ho come un limite, o forse è solo un pregio distorto. Dicevo, ho come un limite, ovvero faccio fatica a raccontare ciò che amo. Così è da qualche giorno che provo a trovare le parole per scrivere di D’amore e baccalà (EDT Editore), il nuovo libro di Alessio Romano che racconta del luogo che più amo al mondo: Lisbona.

Tutte le lettere d’amore sono ridicole” recita Fernando Pessoa, eppure questo libro, che a suo modo è una lettera d’amore, di ridicolo non ha proprio niente, anzi, parafrasando il titolo di una celebre opera di Roland Barthes, è la personale raccolta dei frammenti del discorso amoroso di Alessio, alter ego dell’autore, che si ritrova a girovagare per Lisbona alla ricerca della bellissima Beatriz, una cameriera che dopo avergli rubato il cuore è sparita nel nulla.

A questo punto dovrei scrivere del Fado, del tram 28, del baccalà (del resto questo libro rientra in Allacarta, una collana che raccoglie i volumi di autori contemporanei che raccontano il mondo attraverso il cibo). Dovrei scrivere di Ingrid Bergman, Fernando Pessoa, Amàlia Rodriguez e gli altri personaggi che Alessio, tra sogno e realtà, incontra durante il suo viaggio. Dovrei scrivere di Lisbona, ma “voler scrivere l’amore significa affrontare il guazzabuglio del linguaggio: quella zona confusionale in cui il linguaggio è insieme troppo e troppo poco (…)*”.

Non scriverò, mi limiterò a darvi un suggerimento: se anche voi come me siete innamorati di Lisbona, leggete questo libro e lasciatevi travolgere dalla saudade. Perché se la scrittura è precisamente là dove tu non sei, le pagine di Alessio Romano vi riporteranno precisamente dove vorreste essere. E se invece non avete ancora mai visitato la città che ha ispirato autori come Pessoa, Saramago e Tabucchi, prendete questo libro e costruite il vostro personale percorso per andare alla scoperta di uno dei luoghi più belli al mondo.

E lo so, sono assolutamente di parte, “ma dopotutto, solo coloro che non hanno mai scritto lettere d’amore sono ridicoli” (cit.).

*Da Frammenti di un discorso amoroso, Roland Barthes, Einaudi

Sono solita riordinare i pensieri tra gli scaffali di una libreria. Venero il “Dio” Gutenberg, sono devota a monsieur Kindle, e sono pronta ad abbracciare qualsiasi nuovo credo riesca a proiettarmi in una realtà fatta di parole e immagini da raccontare. Qualora rischiassi di dimenticarlo, la foto di una barca mi ricorda che “La educación es libertad”. Quoto Pennac e penso che tacere, a volte, oltre ad essere un diritto sia un dovere. Da grande voglio essere una Haijin. Ecco il mio haiku: sono seduta/ invoco lo scapezzo/ mannaggia mondo

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