Dai faraoni a Enrico Mattei, l’incredibile storia del Canale di Suez

L’espressione “grande gioco” è passata alla storia politico-diplomatica ad indicare la lunga contesa tra le potenze europee, segnatamente Gran Bretagna e Russia, che a cavallo tra XIX e XX secolo erano impegnate nella lotta per l’egemonia sull’Afghanistan, snodo cruciale tra Vicino ed Estremo Oriente. Oggi Marco Valle recupera questa espressione riferendola, però, al Mediterraneo, scenario in cui l’Italia è sempre stata chiamata a giocare – con alterna fortuna – la sua principale partita geopolitica. In particolare dagli albori della sua relativamente recente storia unitaria.

Una partita che si intreccia in maniera indissolubile con la storia – o meglio, con l’idea stessa – del canale che, dal 1869, unisce il Mediterraneo con il Mar Rosso. Ed è proprio la storia di questa opera gigantesca – dai faraoni all’Egitto di oggi – che Marco Valle narra nel suo “Suez – Il Canale, l’Egitto e l’Italia” – Historica Edizioni, 22 euro –, un saggio rigoroso che, tuttavia, si lascia leggere con la leggerezza ed il fascino di un romanzo salgariano. E ad un vero e proprio romanzo assomiglia la storia del Canale di Suez, un’idea antica che – dopo secoli di oblio – ritorna in auge prima sull’onda della passione per l’Oriente nata dalla spedizione napoleonica nella terra dei faraoni, poi grazie alla convinzione positivista della necessità di aprire nuove vie – anche materialmente – al progresso umano.

Queste suggestioni, questi echi vengono puntualmente portati alla luce dall’autore, nel quadro di una precisa ed esauriente ricostruzione dell’evoluzione del quadro geopolitico mediterraneo – e non solo – nel corso degli ultimi due secoli. Un contesto in cui l’Italia si trova pienamente immersa ben prima del raggiungimento dell’Unità nazionale.

Ed è proprio il racconto del “Canale degli Italiani” la parte più interessante – anche perché spesso meno nota – del lavoro di Marco Valle. Una storia che prende avvio quando l’Italia è ancora lungi dall’essere uno stato unitario e che, dipanandosi nei secoli, arriva ai giorni nostri. Italiani sono Negrelli e Paleocapa – rispettivamente sudditi asburgico e sardo -, veri e propri pionieri nel sostenere la necessità del taglio dell’istmo di Suez. Il primo, in particolare, con i suoi studi, le relazioni tecniche ed i progetti ingegnieristici può, senza ombra di dubbio, essere annoverato tra i padri del canale che unisce il Mediterraneo ed il Mar Rosso.

Nel suo lavoro Valle ripercorre con precisione il dibattito che animò gli stati italiani sul finire degli anni ’40 del XIX secolo, dibattito che ben evidenziò la necessità per l’Italia nel suo insieme di essere protagonista non solo nella vicenda del canale, ma soprattutto le possibilità che l’apertura della nuova via d’acqua avrebbe offerto al commercio ed all’industria italiani. Un dibattito che ricorda quello in corso oggi, con la rinnovata centralità geo-strategica del Mediterraneo e progetti come quelli della nuova via della seta. Ed oggi come allora emerge la sostanziale impreparazione del Paese, per i suoi ritardi infrastrutturali e, peggio ancora, per la mancanza di una “politica navale” coerente con le necessità – e le possibilità – nazionali. Ed è proprio questo uno dei maggiori pregi del lavoro di Marco Valle: aprire una finestra sul presente prendendo le mosse dall’analisi delle vicende geopolitiche mediterranee sviluppatesi a partire dal XIX secolo. Sotto questo profilo preziose sono le pagine dedicate all’attività svolta da Enrico Mattei nel secondo dopoguerra per consentire all’Eni, dunque all’Italia, di non essere esclusa dallo sfruttamento delle risorse energetiche del Nordafrica e del Mediterraneo. Una partita complessa che in Egitto, lungo le sponde del canale di Suez, vide giocarsi alcune delle sue fasi più delicate. Una sfida che anche il sistema politico-istituzionale di allora seppe affrontare con una lungimiranza ed una visione di cui, oggi, non sembra essere rimasta grande traccia.

Ed è proprio questo, in definitiva, il pregio maggiore del bel libro di Marco Valle: riportare l’attenzione sulla necessità di una politica “mediterranea” per l’Italia. Una politica ovviamente commisurata al peso – anche militare, inutile negarlo – che il sistema Paese vorrà e saprà mettere in campo. Una politica tuttavia indispensabile non solo per gestire le sempre più frequenti crisi che interessano la sponda meridionale del Mediterraneo, ma anche per sfruttare finalmente al meglio le possibilità di sviluppo economico che il pieno inserimento dell’Italia nelle rotte e nei flussi commerciali del “mare di mezzo” offre. Perché, in fin dei conti, per un Paese come l’Italia resta valido un principio antico: navigare necesse est. Ma per navigare non è sufficiente avere una flotta. Occorre avere una politica navale. Occorre una “visione”.

Franz Ferdinand scripsit

Un errore della Storia. Questo è Franz Ferdinand. Nato in riva al mare, ma amante delle solitudini alpine; aristocratico in un mondo disegnato su misura per le incolte plebi; accumulatore (e lettore!) di carta stampata fra miriadi di "lettori" di sms e pdf. Dall'innaturale connubio tra locus (terronico) ed animus (asburgico) nasce il monstrum Franz Ferdinand. "Attendere l'Apocalisse in compagnia di un libro e di una tazza di caffé"

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