Per Marguerite Duras, la scrittura “è un’oscura attività che impegna tutto il corpo”. Credo lo sia anche la lettura: certi libri “li senti” scomodi, ti toccano, ti spingono a muoverti, a trovare la posizione giusta.
Non scrivere di me, il romanzo di Veronica Raimo, è un libro che impegna il corpo. Impegna il corpo di Dennis May, perché è morto. Impegna il corpo di S., perché è stato violentato. Impegna il corpo del lettore che non può fare a meno di condividere l’illusione del loro primo incontro, il senso di smarrimento, le bugie, la sopraffazione, il dolore.
Non so se una qualche idea di femminismo, giusta o sbagliata, sia al centro di questo libro.
Non so nemmeno se il fulcro cruciale sia la violenza. So quello che ho trovato io. Ciò che trovo sempre negli scritti di Veronica Raimo: quel modo tutto suo di tratteggiare la narrazione. Nessuna parola è scelta a caso. Ogni pausa è perfettamente ponderata.
Una perfezione nella scrittura che bilancia l’imperfezione dei suoi personaggi, la loro umanità, l’inadeguatezza, la vulnerabilità, le scelte sbagliate, il modo in cui elaborano un dolore, o in cui decidono di non farlo.
“Ho smesso di parlare dopo aver pronunciato il suo nome, sono rimasta zitta per tutto quel tempo, brevissimo e infinito. Non ho nemmeno detto: «No». Singhiozzare vale come verbalizzazione?”









